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Fare cose che funzionano: il sostituto del mercato nella PA

di Giacomo Grassi · dicembre 2025 manifesto design pubblico

Perché la Pubblica Amministrazione ha bisogno di servizi che funzionano? Perché fanno sentire i cittadini ascoltati e rispettati — e da questo nasce la fiducia nelle istituzioni. "Fare cose che funzionano" non è un obiettivo tecnico: è l'abilitatore del cambiamento per la PA.

Perché i servizi pubblici "non funzionano"

Non per cattiva volontà. Per struttura:

Nel privato il miglioramento avviene "fisiologicamente" perché esiste un meccanismo di selezione molto semplice: il mercato. Se un prodotto non funziona, le persone smettono di usarlo, i clienti scelgono altro, e quell'azienda migliora o sparisce. Nella PA questo attore non c'è: i cittadini non possono "cambiare fornitore di welfare".

La conseguenza è brutale: senza pressione esterna, il miglioramento è opzionale. Senza mercato e senza competizione, il concetto stesso di qualità diventa soggettivo — e la PA non subisce le conseguenze dei servizi che non funzionano. Le subiscono i cittadini.

Il sostituto funzionale del mercato

Proprio per questo dovrebbe esistere un sostituto funzionale del mercato: una cultura della misurazione dell'impatto che orienti norme, obiettivi e decisioni. L'unica forma di pressione esterna applicabile alla PA è l'impatto sugli utenti — e perché eserciti davvero pressione, deve avere tre caratteristiche:

Il legislatore e il management pubblico dovrebbero definire obiettivi non solo di conformità, ma di risultato per le persone: tempi, semplicità, accessibilità, capacità di raggiungere davvero i destinatari. Molte regole invece sono state pensate soprattutto per evitare l'errore, e finiamo per misurare più la quantità che la qualità percepita. La misurazione degli impatti non dà potere ai cittadini — dà potere ai loro bisogni. Esercita la pressione esterna mancante. E, non ultimo: può essere compresa dalle leadership.

Il design è la disciplina dell'impatto

E qui entra il design — non come estetica o gesto creativo individuale, ma come metodo. Il design:

Il design è l'arte di trasformare ciò che c'è in qualcosa che funziona meglio.

Le aspettative delle persone, nel frattempo, sono cambiate: chi usa ogni giorno servizi bancari, e-commerce e piattaforme digitali si aspetta dalla PA lo stesso livello minimo di chiarezza e fruibilità. I giovani sono la cartina di tornasole più evidente: se non parli una lingua comprensibile e non offri prodotti digitali all'altezza, semplicemente ti ignorano. Questo sposta il baricentro dalla domanda «siamo a norma?» alla domanda «le persone riescono davvero a usare questo servizio, con quanta fatica, con quali esiti?». La conformità normativa resta un vincolo imprescindibile — ma smette di essere l'unico criterio guida. Il criterio guida diventa far funzionare qualcosa che serve davvero.

La fiducia è un effetto collaterale della prevedibilità

Quando un cittadino trova un'interfaccia coerente, che funziona allo stesso modo da un servizio all'altro, la fiducia cresce non per ragioni astratte, ma perché l'esperienza è prevedibile, leggibile e non richiede decodifica. Un'interfaccia chiara, un messaggio leggibile, un documento comprensibile non sono dettagli estetici: comunicano rispetto — dicono alle persone che il loro tempo vale quanto quello di chiunque altro. È questo che, in ultima istanza, alimenta la fiducia nelle istituzioni.

Come si fa: il circolo virtuoso

Resta la domanda operativa: come si rende la misurazione degli impatti obbligatoria, un obiettivo vero delle istituzioni? Non per decreto, e non dal basso con la sola buona volontà. Si fa innescando un ciclo che si auto-alimenta:

1. Progettiamo cose che funzionano — partendo dai problemi reali delle persone;

2. Misuriamo — l'impatto sugli utenti, in modo oggettivo;

3. Comunichiamo gli impatti — nel linguaggio dei decisori: risultati che le leadership capiscono, e possono rivendicare;

4. Si crea un'aspettativa di impatto — chi decide comincia a pretendere che ogni progetto dimostri il proprio effetto;

5. L'aspettativa genera bisogno di design — perché il design è la disciplina che quell'impatto lo produce e lo misura;

↺ e il ciclo riparte, più forte: ogni giro produce più casi, più evidenze, più domanda.

Il passaggio-cerniera è il terzo: misurare senza comunicare non innesca niente. Gli impatti vanno tradotti in termini utili per le leadership — perché è la domanda dei decisori, non l'offerta dei designer, a rendere la misurazione un vincolo. Il design smette di chiedere spazio quando è l'organizzazione a domandare impatto.

E serve farlo insieme

Il ciclo non lo innesca una persona sola. Serve un ecosistema — PA, designer, aziende, accademia — che condivida linguaggio, casi ed evidenze, finché "fare cose che funzionano" non diventa lo standard che le leadership si aspettano, e non l'eccezione da celebrare. È per questo che ho fondato Lo Stato del Design: un luogo dove questi mondi si incontrano per trasformare la qualità dell'esperienza da responsabilità di pochi a responsabilità pubblica.

Dall'intervento di apertura de Lo Stato del Design (Roma, 3 dicembre 2025), la conferenza indipendente sul design nel settore pubblico fondata e curata dall'autore.