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Parlare ai giovani senza travestirsi da giovani

di Giacomo Grassi · novembre 2025 comunicazione pubblica giovani

La previdenza è un tema che i giovani percepiscono come distante — quando va bene. Eppure dalla loro consapevolezza previdenziale dipende una parte non piccola del futuro del Paese. Con "INPS per i Giovani" abbiamo provato a colmare questo divario, e quello che abbiamo imparato vale ben oltre il caso specifico: è un metodo per qualsiasi istituzione che voglia costruire fiducia con le nuove generazioni.

Un cambio di paradigma: dal servizio alla popolazione

Il punto di partenza è un cambio di paradigma radicale: passare dal comunicare singoli servizi — un approccio in cui spesso l'utente vede l'offerta ma non sa riconoscerne la pertinenza, o non ha le competenze per capire che lo riguarda — a costruire un dialogo con una popolazione specifica, individuandone i bisogni e parlandone il linguaggio.

Abbiamo analizzato questa popolazione attraverso più fonti — dal Rapporto Eures al Rapporto Censis — che restituiscono un quadro chiaro: una generazione che vive precarietà, apprensione e sfiducia, ma che chiede ascolto, orientamento e rassicurazione sul proprio futuro. A questa analisi si è affiancato l'ascolto diretto, anche con gli studenti del Master in Digital Strategy and Processes for Innovation di POLI.design, per capire il percepito dei giovani verso l'Istituto e verso il linguaggio pubblico.

La scoperta: non è disinteresse, è distanza linguistica

Dal lavoro di ricerca è emersa con chiarezza una cosa: il vero ostacolo non è la mancanza di interesse o di bisogno, ma di consapevolezza e competenza previdenziale. Molti giovani non sanno che determinati servizi esistono o che li riguardano, e spesso non possiedono le basi per comprendere il linguaggio tecnico del lavoro e della previdenza.

Le informazioni ci sono, ma non "parlano la loro lingua". Abbiamo scoperto che innanzitutto non ci capiscono — e il nostro compito non è insistere, ma tradurre.

Un sistema vivo, non una campagna

L'ascolto è al centro del progetto, dall'inizio e per sempre: l'iniziativa è pensata come un sistema che si misura e si adatta costantemente. Monitoriamo in modo puntuale le interazioni — dal traffico sul portale ai QR code delle campagne — per capire come i ragazzi arrivano ai contenuti e quali percorsi seguono, e raccogliamo feedback qualitativi in modo continuo. L'approccio è farci dire da loro, sempre, come sta andando e dove migliorare.

Su questa base abbiamo costruito un linguaggio e un'esperienza ad hoc, integrando design, UX e comunicazione: una declinazione dedicata dell'identità INPS con un tono più fresco e informale (usando anche l'intelligenza artificiale per aggiornare le componenti visive), percorsi di navigazione personalizzati, contenuti video, microcopy chiari e diretti. E, in un esperimento quasi inedito per una PA, abbiamo portato il linguaggio dei giovani anche fuori dal web: carte gioco ispirate a Pokémon e Magic che raccontano i servizi INPS in chiave ludica — un ponte culturale tra mondi apparentemente lontani.

La regola: mai imitare

Il punto chiave è semplice e difficile allo stesso tempo: bisogna imparare a parlare la lingua delle nuove generazioni — più diretta, informale, spesso visiva. Ma c'è un rischio preciso:

Quando si prova a "sembrar giovani" dall'interno dell'istituzione, l'effetto è controproducente. Un adulto che imita il linguaggio dei giovani risulta artificiale, e aumenta la distanza invece di ridurla.

La soluzione è coinvolgere i giovani stessi: far sì che il messaggio sia pensato, tradotto e veicolato da loro, con la loro voce e i loro codici. Così la conoscenza, prima inaccessibile, diventa materia viva, trasformata in contenuti chiari e credibili grazie alla loro mediazione.

La fiducia si pratica, non si dichiara

Prima ancora di parlare, serve ascoltare: chiedere ai giovani di cosa hanno bisogno, cosa non riescono a fare, dove si bloccano. "INPS per i Giovani" è nato come laboratorio permanente di ascolto e traduzione — un modo per costruire fiducia non dichiarandola, ma praticandola.

E se vogliamo che esperienze come questa diventino la norma della comunicazione istituzionale, la condizione è chiara: mettere i giovani dentro al processo, non solo dentro al messaggio.

Rielaborazione dell'intervista pubblicata da PA Connect nella rubrica "In prima persona", novembre 2025.