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Il cavallo di Troia: mettere l'iterazione dentro l'identità

di Giacomo Grassi · settembre 2025 brand innovazione

I valori di una piattaforma di brand hanno, in genere, una vita tranquilla: vengono scritti in un documento, stampati su qualche poster, citati nei discorsi di fine anno. "Trasparenza", "innovazione", "le persone al centro". Nessuno li contesta, perché nessuno se ne sente vincolato.

Nel rebranding di INPS abbiamo provato a usare questo meccanismo al contrario. Uno dei sei valori della nuova piattaforma identitaria — Miglioramento continuo — è stato, deliberatamente, un cavallo di Troia a fin di bene. Dietro un'idea apparentemente ovvia, "migliorare ogni giorno", abbiamo inserito nell'identità dell'Istituto l'approccio iterativo tipico di chi progetta servizi digitali. Nessuno vota contro "migliorare ogni giorno". Ma una volta dentro le mura, il valore genera conseguenze molto concrete.

Perché un valore, e non una direttiva

Una direttiva si può ignorare, riscrivere, lasciar scadere con la dirigenza che l'ha firmata. Un valore d'identità è più difficile da smontare: chi lo nega, nega ciò che l'ente dichiara di essere. Per un grande erogatore di servizi come l'INPS, codificare l'iterazione nell'identità significava una svolta culturale precisa: passare dall'adempimento — "la procedura è online secondo norma" — alla gestione per evidenze"come capisco se il servizio funziona per gli utenti? Come lo miglioro?".

Qui sta la "bomba" culturale nascosta nel cavallo:

La qualità non è più un requisito dichiarato a priori, ma un risultato da dimostrare a posteriori con evidenze.

La domanda cambia natura: da "abbiamo pubblicato la procedura come da legge?" a "quali dati ci dicono dove siamo andati bene, dove stanno gli elementi da migliorare, e come prioritizziamo gli interventi?". Il baricentro si sposta dall'auto-riferimento all'ascolto, dal "si è sempre fatto così" al "cosa funziona davvero per le persone". Del perché la misurazione sia così decisiva in un ente che non ha un mercato a correggerlo parla Fare cose che funzionano; qui mi interessa il trucco con cui quell'approccio è stato installato.

Gli obblighi che discendono dal valore

Miglioramento continuo, così inteso, non significa ritocchi cosmetici occasionali: significa strutturare un ciclo senza fine di apprendimento. Tradotto in pratica, il valore ha imposto sei conseguenze operative:

Prototipare prima di distribuire. Tutto ciò che prevede un'interazione con gli utenti va verificato in contesto reale — persone, contenuti e canali veri — quando è ancora un prototipo. Prototipare è un atto di umiltà progettuale: accettare che nessuna regola è buona in astratto, e che ciò che si vuole normare deve prima dimostrare di produrre valore nell'uso.

Testare con persone reali. La validazione non si fa a tavolino. Task success, tempi di completamento, errori ricorrenti, punti di abbandono: è il confronto diretto con chi usa i servizi a distinguere ciò che è chiaro da ciò che è solo ben disegnato.

Misurare gli esiti, non solo gli output. Sapere che un servizio è online non basta: occorre capire se funziona. Tassi di completamento delle pratiche, riduzione dei contatti ripetitivi al contact center, indici di leggibilità in miglioramento. L'obiettivo è produrre meglio, prima che produrre di più.

Leggere i dati di comportamento. Funnel di navigazione, drop-off, ricerche interne, heatmap: segnali per capire cosa le persone cercano, dove si fermano, cosa non trovano. Un modo di ascoltare i cittadini in modo continuo e sistematico.

Pianificare iterazioni. Ogni rilascio apre un percorso anziché chiudere un progetto: backlog di miglioramenti, cadenza regolare di rilasci, retrospettive con decisioni tracciate. La qualità nasce dalla costanza del miglioramento più che dall'eccezionalità dell'idea iniziale.

Rendere pubbliche le regole. Criteri di accettazione chiari e condivisi, con una definizione di "completato" che include la qualità per gli utenti oltre al rispetto formale del processo. Trasparenza e responsabilità vanno di pari passo.

Notare il tono: sono obblighi, non auspici. È questa la differenza tra un valore decorativo e un valore operativo. E c'è un equivoco da sgombrare: il miglioramento continuo così inteso è una disciplina che riduce il rischio — piccoli passi, verifiche frequenti, correzioni mirate — e non una licenza a cambiare idea ogni settimana. Educa l'organizzazione a diffidare della perfezione al primo colpo, che nella pratica diventa quasi sempre paralisi.

Se l'identità dice chi siamo, il miglioramento continuo stabilisce come diventiamo ogni giorno un po' più coerenti con ciò che dichiariamo di essere.

L'altro cavallo: l'Inclusività

Lo stesso trucco ha funzionato con un secondo valore della piattaforma: l'Inclusività. Per un ente che serve tutti i cittadini senza eccezioni — pensionati, lavoratori, famiglie, imprese, persone con disabilità, giovani, stranieri — l'inclusività è una necessità strutturale: se qualcuno resta fuori, il sistema ha fallito. Anche qui, dal principio identitario sono discese conseguenze pratiche immediate e verificabili:

Un valore che produce un divieto misurabile — niente sigle nei nomi delle prestazioni — vale più di dieci manifesti.

La morale del cavallo

Il trucco funziona per una ragione precisa: la piattaforma di brand è uno dei pochi documenti che un'organizzazione approva ai massimi livelli e poi difende come propria immagine pubblica. Ciò che entra lì dentro acquisisce una legittimazione che nessun documento tecnico avrà mai. Per questo, se vuoi che una pratica sopravviva ai progetti, alle riorganizzazioni e ai cambi di stagione, non lasciarla nei manuali: mettila nell'identità. E il brand stesso ci guadagna: smette di essere una fotografia e diventa un sistema vivo, che si corregge man mano che impara.

Lo stesso tema è sviluppato nel libro Innovare nella Pubblica Amministrazione (McGraw Hill, 2025).