C'è una domanda che chiunque faccia questo mestiere si sente rivolgere sempre più spesso, con tono che oscilla tra il curioso e il compassionevole: se l'intelligenza artificiale genera interfacce, testi e codice in pochi secondi, voi designer che ci state a fare? È una domanda legittima, e merita una risposta seria — anche perché la risposta di comodo, «l'AI è solo uno strumento», ha smesso di bastare da un pezzo.
Anni fa ho scritto che la funzione è una commodity: quando tutto ormai funziona, il valore si sposta sull'esperienza. L'AI sta ripetendo quel salto, un gradino più in alto. Adesso è la soluzione stessa a diventare una commodity. Generare un prototipo, riscrivere un testo, produrre un componente, montare un'interfaccia: attività che costavano giorni di lavoro specializzato costano minuti. E ogni volta che produrre diventa facile, il valore migra verso ciò che resta scarso.
Cosa resta scarso, allora? Due cose, e stanno una a monte e una a valle della produzione: capire quali problemi vale la pena risolvere, e dimostrare che la soluzione ha funzionato. Il tratto centrale del processo — la generazione — si sta automatizzando. I due estremi si stanno rivalutando. Ed è una fortuna del mestiere che siano esattamente i due tratti che il design presidia da sempre.
La prova: un progetto «di AI» letto come progetto di design
In INPS abbiamo condotto quello che tutti chiamano un progetto di intelligenza artificiale: la semplificazione dei testi amministrativi con l'AI generativa. Io lo considero un progetto di design che usa l'AI, e la differenza tra le due letture è il punto di questo articolo.
Guardiamo cosa è successo, mossa per mossa.
Abbiamo identificato un bisogno. I testi pubblici erano scritti a un livello di complessità che escludeva milioni di persone dalla comprensione dei propri diritti. Un problema misurabile — l'indice di leggibilità lo certificava — e che valeva la pena risolvere, perché un testo incomprensibile è una barriera d'accesso a una prestazione.
Abbiamo progettato una soluzione. La riscrittura manuale richiede tempo e non scala: su centinaia di schede la strada artigianale era chiusa. L'AI toglieva il vincolo di scala, ma da sola non bastava: serviva un operatore umano nel processo a verificare ogni testo, un framework di metriche per validare leggibilità e fedeltà al contenuto, e la garanzia che il testo semplificato mantenesse piena validità legale. Tutta questa architettura — cosa automatizzare, dove tenere l'umano, cosa significa «buono» — ha un nome, ed è progettazione.
Abbiamo misurato l'impatto. L'indice Gulpease medio è salito da 57 a 64, portando i testi alla portata di circa dieci milioni di persone in più. E in una validazione alla cieca con 1.620 utenti, il 71,4% ha preferito la versione riscritta dalla macchina, che ha superato i testi originali su ogni dimensione percepita: chiarezza, fluidità, perfino fiducia. Il racconto completo è nell'articolo dedicato.
Abbiamo reso il risultato comunicabile alla leadership. Numeri semplici, confronti diretti, un esperimento che chiunque può capire. È il passaggio che trasforma un buon progetto in un precedente.
Alla fine del percorso, la domanda «che c'entra il design con l'AI?» si rovescia da sola: identificare un bisogno, progettare una soluzione, misurare l'impatto, comunicarlo. Questo è design. Anche quando sembra che si parli d'altro.
Cosa ha fatto l'AI, cosa ha fatto il design
Vale la pena essere precisi sulla divisione del lavoro, perché lì dentro c'è la risposta alla domanda iniziale.
L'AI ha fatto la parte che prima non scalava: generare le riscritture. Un lavoro prezioso, che nessuna redazione umana avrebbe potuto sostenere su quei volumi. Tutto il resto — scegliere quel problema tra i mille possibili, stabilire i criteri di qualità, decidere che l'umano restava nel circuito, disegnare l'esperimento che rende il risultato credibile davanti a chiunque — è venuto dalla disciplina, non dal modello. L'AI ha reso la soluzione scalabile; il design l'ha resa affidabile e dimostrabile. Nessuna delle due cose, da sola, sarebbe arrivata in produzione.
E la direzione è già segnata: il passo successivo su cui stiamo lavorando va oltre la semplificazione dell'esistente, verso la generazione di testi da zero a partire dalle sole fonti normative, con ogni passaggio agganciato alla norma che lo giustifica. Più la capacità generativa cresce, più cresce il peso delle domande di design: cosa deve produrre, entro quali vincoli, e come sapremo se funziona.
Il designer nell'era dell'AI
Da tutto questo discende una conseguenza scomoda e una liberatoria, e vanno dette entrambe.
Quella scomoda: chi ha costruito la propria identità professionale su un singolo passaggio del processo — la produzione degli artefatti — ha ragione di preoccuparsi, perché proprio quel passaggio si sta automatizzando davvero, e in fretta. Difendere il territorio degli artefatti è una battaglia persa in partenza.
Quella liberatoria: il design è un metodo. Identificare un bisogno, dare forma a una soluzione, misurarne l'effetto, rendere il risultato comunicabile: gli artefatti occupano un segmento di questo percorso, il metodo li attraversa tutti. E il designer è l'interprete dell'intero processo — la figura che lo sa condurre da un capo all'altro, qualunque strumento ne riempia i passaggi. Per chi si definisce così, questa è l'epoca migliore che il mestiere abbia mai visto: l'AI ha potenziato proprio il segmento che costava di più, e percorrere il ciclo intero — dal bisogno identificato alla prova d'impatto — non è mai stato così rapido ed economico. Ogni ora liberata dalla produzione torna dove il giudizio dell'interprete è insostituibile: stare con gli utenti, capire i problemi, definire cosa significa qualità, montare la prova. Un processo con l'AI dentro resta un processo di design. E un processo ha sempre bisogno di chi lo sa condurre.
Il design presidia quel metodo da molto prima che esistessero gli strumenti che oggi sembrano minacciarlo. L'AI ha reso abbondante la produzione. Condurre il processo — scegliere i problemi giusti, e provare che li abbiamo risolti — resta il lavoro. Ed è sempre stato la parte migliore.